LAVORO


La pandemia ci separa, il lavoro ci unisce


di Pierangelo Sapegno

La pandemia ci separa, il lavoro ci unisce

Non so se il Covid ci ha reso un mondo che sarebbe piaciuto a Charles Bukowski. Lui diceva che amava i solitari, i diversi, i fottuti, quelli con l’anima in fiamme. Non riesco a capire se eravamo tutte queste cose. Noi siamo stati solo dei perdenti.

Il giorno che abbiamo rimesso fuori il naso e hanno cominciato a riaprire i ristoranti, c’era un video su YouTube o su Facebook che mi è rimasto impresso più di tutti, quello di Fabio Picchi, l’uomo del Cibreo e del Teatro del Sale a Firenze, lo chef immaginifico convinto di parlare attraverso il cibo, che scoppiava in lacrime nell’annunciare che alcuni suoi dipendenti avrebbero potuto tornare al lavoro: «Scusate, ma mi commuovo...», diceva tra i singhiozzi.

Allora, all’improvviso, ci è venuto da pensare che sul lavoro si sono dette un mucchio di belle cose, e ci hanno raccontato tutti quanto è bello lo smart working - nobilitato già da un aggettivo improprio, "intelligente, veloce", mentre sarebbe più corretto "remote" - e come sarà digitale e solitario il nostro futuro semplicemente e naturalmente accelerato dal Covid, e che tutto questo forse sarà anche vero. Eppure alla fine nessuno mi leva l’impressione che invece il lavoro vero sia questa cosa qui, questa emozione collettiva di Fabio Picchi, sia l’infermiera Elena Pagliarini che si accascia sul computer, la sua faccia stremata ormai consacrata nella storia del Covid. Il lavoro sono tutti quegli scafandri da palombari che combattono come in guerra e lo fanno per salvarci la vita, quelli che chiamiamo bottegai e che hanno tenuto i loro piccoli negozi aperti, i commessi dei supermercati che non hanno mai mollato, i carabinieri che hanno portato la spesa e la pensione a casa di quelli che non potevano uscire.

Perché il lavoro è una comunità come quelle delle Chiesa, è una religione, è il calvinismo che premia i migliori, è il passato da cui veniamo e che è arrivato fin qui con il suo lascito di tempi andati. E’ la nostra società di questa parte del mondo, la società borghese che scappò sulla nave dei pellegrini e poi ritornò indietro per salvarci. Ecco perché il lavoro è Fabio Picchi che piange e l’infermiera Elena Pagliarini che si accascia sul computer. Perché è un pezzo della nostra vita che difendiamo strenuamente.

E’ per questo che siamo dei perdenti. Non abbiamo l’anima in fiamme come i diseredati che piacciono a Bukowski, ma stiamo qui appesi, nella terra di mezzo, come gli sguardi che si affacciavano alle finestre nei giorni della quarantena, fuscelli in balia di una tempesta che non si sa ancora quando verrà ma che sta davanti ai nostri occhi, nelle nuvole nere che fanno tuoni e fulmini all’orizzonte. Ai giorni nostri, diceva l’inventore di Padre Brown, Gilbert Keith Chesterton, «la parte peggiore del lavoro è ciò che capita alla gente quando smette di lavorare». Magari è un po’ esagerato, quelli erano altri tempi. Oggi, in Italia, hanno anche scioperato per difendere la salute prima del lavoro. E sono più vicini alla realtà loro di Chesterton.

Ci avviamo verso una società diversa, che avrà molto meno lavoro di oggi. Eppure nelle lacrime di Fabio Picchi c’era il senso di quello che siamo stati, di quello che eravamo prima che arrivasse un virus sconosciuto a spaventarci dentro le case, a tenerci prigionieri di una paura. La comunità del lavoro, ecco che cosa eravamo. Piena di fratelli coltelli e di parenti serpenti, è vero. Ma guardavamo il mondo assieme. Ci aiutavamo così. E non ce ne siamo accorti.

 

(© Pierangelo Sapegno/La Stampa)

(Nella fotografia: nel suo studio di Settimo Torinese, il dottor Stefano Costa, medico di base, indossa i dispositivi di protezione personale prima di cominciare il turno di visite in ambulatorio. Fotografia di Sergio Ramazzotti).