SOLITUDINE


Coronavirus, quello scorrere lento del tempo fatto di paura e solitudine


di Giuseppe Culicchia

Coronavirus, quello scorrere lento del tempo fatto di paura e solitudine

La solitudine al tempo del Covid-19 può essere raccontata da una fotografia? Direi di sì, a giudicare dalle immagini scattate dai fotogiornalisti di Parallelozero per CoviDiaries. Che cosa deve essere stato trascorrere tre mesi chiusi all’interno della baraccopoli di Castel Romano, dovendo vivere nello spazio angusto di un modulo abitativo? Deve saperlo con precisione solo il ragazzo di origini bosniache che noi vediamo di schiena, sfocato, con indosso solo i pantaloni del pigiama o di una tuta attraverso il vetro che lo separa dal resto del mondo. Eppure quest’immagine di un giovane senza volto che dà le spalle alla vita di fuori riesce a evocare lo scorrere lento del tempo, dei secondi e dei minuti e delle ore che rimbombano in quella testa di cui possiamo a malapena intuire i contorni.

Il paziente steso sul letto nella sala d’attesa del pronto soccorso dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, convertito in reparto Covid nei giorni più drammatici della pandemia, appare debolmente aggrappato alle sbarre, alla bombola d’ossigeno e alla vita. Abita un corpo rimasto isolato dagli affetti, impossibilitato a ricevere una carezza, una parola di conforto da parte dei suoi cari, che non sa se rivedrà. L’infermiere dell’ospedale di Polla, in provincia di Salerno, aspetta di poter salutare da lontano la moglie durante una pausa dai suoi turni di lavoro, e intanto accarezza il suo cane: nel suo viso leggiamo la stanchezza, e l’essere stato testimone di molta sofferenza vissuta in solitudine dai pazienti che hanno ricevuto le sue cure. E che dire delle mani che si sfiorano solo virtualmente, proiettate sul muro a grandezza naturale durante una videochiamata fatta dal divano di casa?

Quel tendersi verso l’altro che deve fare i conti con l’assenza fisica dell’altro, mentre la cosa che si desidera di più sarebbe potersi toccare davvero, abbracciare, sentendo il profumo della pelle, il respiro di chi ci è caro e di cui sentiamo in modo tanto lacerante la mancanza. Sola è anche la baia di Positano, fotografata dall’alto come se non solo le barche ma anche gli umani fossero spariti per sempre, come evaporati, quasi che non avessero mai abitato questo pianeta, un attimo fuggente perduto tra i milioni di anni di vita della galassia. E poi ancora lo sguardo perduto nel vuoto, nella nostalgia e nella noia di un bambino sdraiato a terra tra i suoi giochi nella cameretta di una casa in provincia di Latina, un orologio al polso troppo grande per lui, come troppo grande deve sembrargli la solitudine a un’età in cui sono così importanti i compagni di classe, gli amici con cui fino a ieri si correva e si giocava a pallone.

Un altro bambino o un’altra bambina sta per vedere la luce in questo nuovo mondo in cui perfino la madre che sta per partorire deve farlo recandosi  in sala parto da sola all’ospedale Buzzi di Milano: e quanto deve pesarle l’acciaio lucido di quell’ascensore, quanto deve sentirsi abbandonata sotto quelle luci al neon, senza la possibilità di condividere con chi ama quel momento tanto atteso. Altre luci avvolgono la figura del comandante dei vigili urbani di Giffoni Valle Piana in provincia di Salerno, messosi in auto-isolamento fin dall’inizio dell’emergenza: e la piega amara della bocca che non riesce a sorridere evoca la consapevolezza di chi sa di stare vivendo un momento a dir poco beffardo, mentre gli occhi non riescono a vedere oltre le pareti di una casa diventata prigione. E a una prigione fa pensare l’asettica sala d’attesa dell’aeroporto di Linate, che si stringe vuota intorno al corpo dell’unico passeggero assorto nei pixel del suo computer: chissà a chi starà pensando, mentre fissa quello schermo, unico strumento rimasto per tenere i contatti col resto del mondo.

Solo Giorgia e Marco, rispettivamente copywriter di moda e web designer, danno l’impressione di avere avuto la fortuna di vivere diversamente il tempo sospeso del «lockdown»: grazie a cui sembrano condividere non solo lo spazio del letto. Perché in pochi casi davvero molto fortunati l’isolamento non ha significato soltanto solitudine.



(© Giuseppe Culicchia/La Stampa)

(Nella fotografia: un ragazzo di origine bosniaca nel suo modulo abitativo all'interno della baraccopoli di Castel Romano, sul litorale di Roma).