SEGNI


Coronavirus, i mille segni della malattia che non lascia segni


di Bruno Ruffilli

Coronavirus, i mille segni della malattia che non lascia segni

Taglio, cicatrice, cesura: il segno rimanda a un evento, una cosa o una persona reali.

Come il segno dell'elastico sul viso di chi indossa la mascherina. Vista prima con divertito scetticismo solo su nasi e bocche di turisti e cittadini orientali, la mascherina è un segno di questi tempi eccezionali. Si declina in mille forme e colori, con fantasia tutta italiana. Diventa oggetto su cui scommettere per il futuro, fondando una startup, oppure il gesto di responsabilità del grande stilista di moda che converte la sua produzione per aiutare gli altri: non a vivere meglio, ma a vivere.

Il segno dell’ingegno, del pensiero divergente, e pure della disperazione, è ancora una maschera, però stavolta da sub. Applicando una valvola realizzata con una stampante 3D, si trasforma in un prezioso aiuto per dare ossigeno agli ammalati che non riescono a respirare, mentre negli ospedali mancano i pezzi di ricambio per i ventilatori medicali da migliaia di euro. Poi, chissà, in questa estate mai vista potrebbe tornare a essere una maschera per principianti delle immersioni.

Dalle sale chirurgiche escono camici, visiere, guanti, ed entrano nella vita di ogni giorno, segni di una nuova normalità, qualsiasi cosa significhi. Convivere col virus significa cercare il distributore di gel all’ingresso del negozio, guardare con sospetto chi si avvicina un po’ troppo, sobbalzare per uno starnuto. L’Amuchina, l’alcol, i disinfettanti che nei primi giorni del lockdown scompaiono da supermercati e farmacie, poi ritornano: montagne di bottiglie rosa, come nella foto dell’Antica Distilleria Russo di Mercato San Severino, che ha triplicato la produzione per far fronte alle richieste. 

Il coronavirus non si mostra con segni, non deturpa il corpo come la peste; lascia ombre e vuoti nei polmoni, che gli occhi non vedono. Ma tutti hanno visto le immagini delle bare ammassate nelle camere mortuarie degli ospedali, e nessuno potrà dimenticarle. Come la lugubre marcia notturna dei camion carichi di feretri nelle strade di Bergamo. 

Segni: di pace, che nelle chiese non si scambiano più. Di affetto, amore, amicizia, ridotti se va bene a un contatto del gomito e un sorriso imbarazzato. O una telefonata, che diventa una videochiamata ogni volta che è possibile: per non perdere memoria del volto dell’altro, sia un genitore, una fidanzata, un amico. Ma anche un figlio appena nato.

Segni del tempo sono la telecamera, il microfono, lo schermo: fanno di una stanza un’aula per studiare con l’insegnante, una palestra dove praticare yoga con l’istruttore, un bar per bere un aperitivo, sempre vicini ma lontani. 

Nel vuoto e nel silenzio si compongono nuove geometrie: gli ombrelloni, più distanti del solito sulle spiagge venete ancora deserte a inizio giugno, o le sedie a conferenze, incontri e concerti. I pochissimi che si tengono, quasi per sfida. E ancora i tavoli ai ristoranti, le serpentine delle code ai supermarket. 

Infine l’arcobaleno. Non si sa chi abbia avuto per primo l’idea, ma è diventato il logo di questi mesi terribili, disegnato su scuole e case, sugli striscioni ai balconi, o coi gessetti per strada. Non è tanto un segno, quanto un simbolo: e infatti non taglia, non ferisce, non separa, semmai unisce i colori e le persone. Con una promessa infantile, alla quale però ognuno vorrebbe credere: andrà tutto bene.

 

(© Bruno Ruffilli/La Stampa)

(Nella fotografia: il calendario su cui Niccolò, costretto dal lockdown nella sua casa in provincia di Latina con i genitori, ha deciso di tenere il conto dei giorni).