IMPEGNO


Coronavirus, l’impegno degli eroi di tutti i giorni


di Pierangelo Sapegno

Coronavirus, l’impegno degli eroi di tutti i giorni

L’impegno è una cosa difficile. Perché è la normalità dell’eroismo. È il suo silenzio. E poi è tante cose messe assieme: il coraggio, la tenacia, la passione. Madre Teresa di Calcutta diceva che «non è tanto quello che facciamo, ma l’amore che ci mettiamo nel farlo». Ecco cos’è l’impegno. Comprende la fatica della vita, e per questo anche la sconfitta, come nella fotografia in bianco e nero di Elena Pagliarini, l’infermiera dell’ospedale Maggiore di Cremona, accasciata sul computer dopo 20 ore che correva da un paziente all’altro fra le barelle ammucchiate sul corridoio del Pronto Soccorso. Francesca Mangiatordi, il medico che l’ha immortalata in quello scatto, ha detto che avrebbe voluto abbracciarla quando la vide così. Ma ebbe paura di svegliarla, e allora fece quella foto. Elena si è ammalata di Covid. Poi è guarita e quando il presidente Mattarella l’ha nominata Cavaliere, ha detto: «Gli eroi non siamo noi. Sono i pazienti». L’impegno non ha bisogno delle platee, degli applausi, di qualsiasi colonna sonora. Non dura un giorno solo, o nella grandezza di un gesto. Ma ogni giorno che viene e per tutti i giorni che devono venire, e a volte non basta ancora.
Barbara, una ginecologa di Codogno, nei tempi più terribili del Covid, ci ha messo tutto l’impegno che aveva per salvare sua madre che s’era ammalata di coronavirus. Ha cercato di curarla a casa, ha dormito accanto a lei. Quando le sue condizioni però sono diventate più gravi non ha potuto fare altro che ricoverarla in ospedale. Solo che da quel momento non l’ha più vista. E quando è morta l’ha saputo dall’unica infermiera che era potuta entrare nella sua stanza e che le aveva raccontato come avesse continuato a ripetere una parola che lei non era sicura di aver capito bene, perché alla fine il respiro era diventato rantolante e faceva sempre più fatica. Le aveva chiesto se potesse essere stato un nome di persona, e forse sì, era quello, perché ripeteva ba-ba-ba, aveva detto l’infermiera. Barbara. La stava chiamando. Sua mamma se n’era andata via chiedendo di lei. Era il suo ultimo desiderio. E invece era morta senza nessuno. E poi erano venuti a prenderla quelli delle pompe funebre e le avevano chiesto in quale cimitero volesse che fosse sepolta. Nient’altro. «Le faremo sapere quando avremo fatto tutto e dove potrà andarla a trovare». L’impegno non ti regala niente di più di quello che ha già deciso la vita. Però ti rende migliore. «Sii sempre meglio di ciò che sei», diceva Martin Luther King.
Il maresciallo dei carabinieri Ettore Cannabona comandante della stazione di Altavilla, Palermo, ha donato tutto il suo stipendio di marzo ai suoi paesani, perché aveva visto le loro facce provate dalla paura e dalla fame. Ci ha pensato appena 2 minuti. Poi però è andato al supermercato e ha comprato da mangiare per tutti e ha cercato una associazione di volontariato per distribuire il cibo. Ha fatto qualcosa con amore, come diceva Madre Teresa. E voleva che non lo sapesse nessuno. Solo che il sindaco Pino Virga l’ha scritto su Facebook: «E’ nel donare che l’uomo è Uomo. Nella generosa condivisione delle difficoltà altrui l’umanità dimostra di poter uscire dalle tragedie e di meritarlo soprattutto. Grazie Ettore. A nome di tutti. Non volermene per questo post. Ti abbraccio». Tutte le parole del mondo non faranno mai il rumore del silenzio che il maresciallo Cannabona ha consegnato gli altri, le fatiche e il coraggio di tutti quelli che sono rimasti a casa e che hanno aiutato gli altri, di tutti gli infermieri, i dottori, i carabinieri, i postini. Di tutti noi che abbiamo fatto quello che dovevamo fare come andava fatto. «Se uno viene chiamato a fare lo spazzino», diceva Martin Luther King, «dovrebbe spazzare le strade come Michelangelo dipingeva e Shakespeare scriveva poesie. Dovrebbe spazzare le strade così bene che tutti gli ospiti del cielo e della terra si fermerebbero a dire che qui ha vissuto un grande spazzino che faceva bene il suo lavoro». Semplicemente questo. Faceva la cosa giusta. Ma bisogna saperla fare.

 

(© Pierangelo Sapegno/La Stampa)

(Nella fotografia: Vimercate, vicino a Monza - Giulia e Matteo, volontari AVPS - Associazione Volontari Pronto Soccorso).