FOOD


Dalla paura della fame al piacere della cucina: com’è cambiato il nostro rapporto con il cibo durante il coronavirus


di Rocco Moliterni

Dalla paura della fame al piacere della cucina: com’è cambiato il nostro rapporto con il cibo durante il coronavirus

Una cosa abbiamo scoperto nel lungo lockdown: cucinare può essere uno straordinario antidoto alle ansie di ogni tipo, uno strumento per coinvolgere figli e nipotini orfani dei banchi di scuola, un mezzo per socializzare con amici e parenti grazie alle foto dei piatti scambiate via WhatsApp. All’inizio non è stato facile: la paura di rimanere senza cibo, per di più con ristoranti e pizzerie chiusi, ha scatenato l’assalto agli scaffali dei supermercati, per fare incetta come se non ci fosse un domani  di ogni tipo di cibo a lunga conservazione: dal tonno in scatola che prima magari ci faceva quasi schifo ai sottaceti che se non erano quelli della nonna prima non avremmo mai mangiato. Poi quando (e per fortuna in fretta) si è capito che comunque non saremmo morti di fame, perché gli approvvigionamenti della filiera alimentare erano tra le poche cose garantite è scattata una sorta di fase 2: il piacere (e la sfida) in giorni in cui il tempo sembrava sospeso di cimentarci con cibi e piatti con cui da tempo non ci cimentavamo, dal pane alle focacce, dalla parmigiana di melanzane alla polenta taragna.

E in questa fase, più che il supermercato, àncora comunque di salvezza per ogni emergenza (tranne che per il lievito diventato presto un’araba fenice più o meno come l’alcool), abbiamo riscoperto  i negozietti sotto casa, dal macellaio al verduriere, dal panificio alla pescheria. A volte c’era da far coda, ma era meno lunga di quelle chilometriche fuori dei grandi supermercati e il rapporto diretto con il negoziante diventava importante sia per avere un raro momento di socializzazione sia per sceglier il taglio di carne giusto o l’ortaggio migliore per  quel certo piatto.

Se dovessimo cercare un volto simbolo di questa fase non può che essere quello di Benedetta Rossi, la conduttrice di “Fatto in casa per voi”, la trasmissione Tv che ha reso popolare la foodblogger marchigiana. Lei, con le sue semplici ricette, il suo sorriso rasserenante, e i suoi consigli “furbi” è diventata una sorta di icona per noi costretti nostro malgrado dietro i fornelli di casa. Il lockdown ha chiuso le frontiere tra le varie regioni e questo ha anche rilanciato gioco forza le specialità o i prodotti regionali, specialità e prodotti che abbiamo imparato a riscoprire anche grazie a una trasmissione come “Cuochi d’Italia”, una competizione sì, ma molto meno ansiogena di Masterchef: qui in realtà la gara diventa quasi un pretesto per farci capire come si cucinano le abruzzesi “Pallotte cacio e ova” o il lomellinese “Risotto con le rane”. D’altronde tutti noi quasi costretti a spadellare ci sentivamo un po’ “Cuochi d’Italia”. E se proprio veniva la nostalgia del mangiar fuori ci si poteva consolare con i “Quattro ristoranti” di Alessandro Borghese, in cui per evitare equivoci scorreva sotto le immagini la dicitura: le riprese sono state effettuate prima del decreto sul coronavirus. Ma oltre a qualche chilo in più, quello che ci resterà di questa strana esperienza è senza dubbio la parola “delivery”, ossia la scoperta nell’ultima fase del lockdown, che se proprio non ci andava di far da mangiare, le prelibatezze di ristoranti e trattorie potevamo anche farcele portare a casa.

 

(© Rocco Moliterni/La Stampa)

(Nella fotografia: Azienda Agricola Cirenaica di Cuggiono, Milano).