FELICITÀ


Coronavirus, quando la felicità ha un sapore ancora più speciale


di Pierangelo Sapegno

Coronavirus, quando la felicità ha un sapore ancora più speciale

Anche se la felicità ti dimentica un po’, tu non dimenticarla mai. Jacques Prévert non ha vissuto il Covid, ma ha visto altre guerre e altri giorni come quelli che abbiamo vissuto, quando ci sembrava di essere stati lasciati soli con la nostra paura. Abbiamo dovuto ricordarla sempre la nostra felicità. Abbiamo dovuto saperla aspettare. Come in quelle immagini dell’Ospedale Maggiore di Parma, con tutti quei medici e quegli infermieri vestiti come palombari con delle gonfie tute bianche e delle maschere sul viso a coprire gli occhi che cantavano di gioia e si abbracciavano issando un grande cartello che diceva «Padiglione 26 finalmente Chiuso». Il padiglione del Covid. Non c’era più un malato. Ma in piena quarantena noi ci siamo commossi a guardare i medici e gli infermieri dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna che cantavano tutti insieme «Attenti al lupo» di Lucio Dalla, ognuno di loro scovando un sorriso fra quei volti sfatti di fatica, con le occhiaie profonde e le barbe lunghe. Non era come se fossero felici. Lo erano davvero. Perché aiutavano gli altri.
E’ che la feliciità è una cosa strana, che facciamo fatica a riconoscere nel nostro perpetuo affannarci a cercarne un senso che un senso non ha. Sandro Formica, ordinario di Scienze alla Florida International University di Miami dice che «bisogna allenarla tutti i giorni, come un muscolo». Anche quando non c’è, quando sembra averti dimenticato. Basta condividere esperienze con le persone che stimi, aprirti con loro e ascoltare, anche sognare, immaginare un futuro migliore. Era quello che facevano i medici e gli infermieri di Bologna. Loro non l’avevano dimenticata. Invece Diarti Mane, operaio di origine albanese, l’ha scoperta un giorno qualunque di questo covid all’ospedale Humanitas San Pio X di Milano, quando sua moglie Luna Melchiorri ha messo al mondo Camilla e lui seguiva al tablet tutto il parto, piangendo di gioia con la mascherina sul viso, inginocchiato sul letto di una stanza in penombra, tenendosi la testa fra le mani. Anche Karim Mellano, operaio Michelin in cassa integrazione, ha visto nascere due gemelline, Rebecca e Matilde, con lo sguardo fisso sul volto dolente di sua moglie Giorgia Delfino, e anche loro hanno pianto di gioia: «le bambine stanno bene», ha detto. «Sono una benedizione, meravigliosi doni della natura che continua il suo corso. Anche in questo momento difficile la vita continua a splendere».
La felicità non è uno stato esterno. E’ un inside job, qualcosa che devi coltivare dentro di te e condividere con gli altri. Il sorriso di S. C. di Turate e Marjan M. di Milano, donne lavoratrici, madri, che la pandemia ha lasciato a casa, disoccupate, con dei figli da crescere, e che sono state aiutate grazie al Fondo San Giuseppe istituito dalla diocesi milanese. «Io ero andata dal parroco solo per chiedere se mi trovava un lavoro, a far le pulizie da qualcuno», ha raccontato S. C., «perché dovevo pagare l’affitto e dar da mangiare a mio figlio che ha 16 anni». Si dice che i soldi non sono la felicità, ma aiutano a vivere. E’ l’empatia la felicità, quello che ci danno gli altri e che noi diamo agli altri. Dobbiamo imparare a cercarla dentro di noi. Una ragazzina della seconda media sezione H, ha scritto per il suo giornale della scuola che «la felicità ai tempi del Covid è vedere realmente chi siamo, capire a fondo noi stessi». Basta poco, ha scritto, per essere felici. «Dopo un mese che non uscivo, sono scesa nella piccola campagna che ho sotto casa per far passeggiare il mio cane. Io lo amo il mio cane. Mi sono messa a correre, sentivo l’aria tra i capelli e mi sembrava di volare». E’ una piccola cosa la felicità, siamo noi che la facciamo diventare grande. E non è quanto abbiamo, ma quanto lo apprezziamo, a renderci felici. Troppe volte non siamo capaci di trattenerla, proprio perché non la apprezziamo abbastanza. E se capita, la riconosciamo solo per il rumore che ci ha lasciato quando se n’è andata. L’ha detto Prevert. Ma lo dice anche la vita.

 

(© Pierangelo Sapegno/La Stampa)

(Nella fotografia: all’ospedale Buzzi di Milano, mamma Serena ha appena dato alla luce Edoardo. Il novello papà, sopraffatto dall’emozione, bacia la compagna).